Moschino

  • Rock conforme?

    E’ in arrivo un’ondata cattiva di moda rock. Persino l’accorto Giorgio Armani, nella linea Emporio ha tirato fuori borchie e catene, citando in video il clip Alejandro di Lady Gaga coi ballerini nazi. Di tenore analogo, sarà la presentazione di Moschino con festa alla discoteca Plastic di Milano, storico tempio del punk.
    In effetti, molti giovani hanno preso questa piega ruggente. Il problema è che esprimono la loro comprensibile voglia di aggressività, comprando nei negozi dell’usato. Proprio per questo, pare molto rischioso che gli stilisti tentino di rendere conforme un gusto figlio dell’anticonformismo.
    Il V.

  • VTL/Speciale Roberta

    QUELLO CHE NON SI DICE DI CAMERINO
    E adesso vediamo cosa sapranno fare le istituzioni per valorizzare la memoria di Roberta di Camerino, scomparsa nello stesso silenzio in cui era vissuta negli ultimi anni. Già premio Oscar Neiman Marcus nel 1956, la creatrice – al secolo Giuliana Coen – è senza dubbio una di quelle colonne del Made in Italy che insieme a Gucci, Pucci e Ferragamo, ha portato lo stile tricolore nel mondo sin dal Dopoguerra. L’indole aristocratica di questo personaggio, fatalmente intrecciata al suo destino di esule a Lugano durante la guerra per le persecuzioni razziali, è probabilmente alla base della sua geniale invenzione: il trompe-l’oeil. L’idea di disegnare, su un semplice tubino di jersey, tutti i capi che una signora potesse desiderare nel suo guardaroba con relativi accessori. Dallo smoking con tanto di gilet a un abito di piume. Qualcosa di simile alla casa di Mastro Geppetto che aveva i mobili dipinti sulle pareti. Ma soprattutto, una rivoluzione di rara modernità perché liofilizzava un guardaroba completo in agili teli destinati a diventare tele d’arte.
    ROBERTA E GRACE E… “QUELLE SORELLE CHE NON HANNO MAI AVUTO GUSTO”
    Sempre per quell’indole aristocratica che le fa scegliere un nome d’arte nobile, Roberta di Camerino, negli Anni ’50 Giuliana applica il trompe-l’oeil alle borse realizzate con il più esclusivo dei velluti: quello di Bevilacqua, tessuto nel buio di un laboratorio di Venezia per il Vaticano al ritmo di 40 cm al giorno. La sua borsa a bauletto, piccola e panciuta, che nasce da memorie di eleganti viaggi in diligenza, diventerà un’icona della moda. Roberta la battezzerà Bagonghi come l’omino nano da circo. Ma nel 1956, quando la sua amica Grace Kelly, ormai principessa di Monaco, la sfoggerà immortalata da un copertina dell’Europeo, per il mondo sarà subito la “borsa della principessa”. Tra le prime a venderlo, le Fendi nella loro boutique romana capostipite del loro impero. Delle sorelle, tuttavia, Roberta di Camerino non serberà una considerazione altissima: “quelle ragazze – sosteneva – non hanno mai avuto gusto”.
    DALI’ E MONTALE
    Contrariamente a quanto accade oggi, col suo tratto signorile che le aveva fruttato il soprannome di dogaressa, Roberta si era sempre rifiutata di cavalcare mediaticamente il suo rapporto preferenziale con Grace Kelly e l’intellighentia che frequentava sin dai tempi dell’Oscar della moda, quando era diventata amica di Cecil Beaton. Per scoprire il calibro delle sue frequentazioni, bisogna sfogliare i suoi album privati, con le foto con dedica di Montale e di Dalì. Quest’ultimo riconobbe nei trompe-l’oeil di Roberta, che nel frattempo erano diventati astratti, etnici e geometri, “una vera forma d’arte”. Non a caso, già nel 1980 il Witney Museum di New York dedicò a queste opere, tirate anche su litografie, una mostra curata da un giovane critico, appassionato di Roberta: Vittorio Sgarbi.
    WARHOL E I MULTIPLI SUL CORRIERE DELLA SERA
    In America, dove era già di casa dagli Anni ’70, la stilista incontrava anche Andy Warhol. Probabilmente fu la sua Pop Art a suggerirle la prima campagna pubblicitaria sulla quarta di copertina del Corriere della Sera. La pagina era una sequenza di volti della stilista in colori diversi. In ogni scatto Roberta posava con un accessorio delle tante licenze che firmava. Mentre, lo slogan  recitava “ne vedi una ma sono quaranta”.
    Se qualcuno avesse la fortuna e la curiosità di andare nell’archivio di questa signora, custodito nella polveriera napoleonica di Venezia, scoprirebbe che nella moda “i figli di” Roberta di Camerino sono davvero tanti.
    APOSTOLI LEGITTIMI E ILLEGITTIMI
    Taluni sono onestamente dichiarati, come Moschino che ha sempre citato i trompe-l’oeil, o Dolce e Gabbana che in una delle prime collezioni dedicate al pret-à-porter Anni ’70, hanno reso omaggio alle celeberrime stampe a “cinghini”. Ma la dogaressa fece fatica a digerire che certe borse di Prada si aprissero con lo stesso sistema a cerniera che lei stessa aveva brevettato per le ante delle sue sportine. Con signorilità risolse la questione, invitando Miuccia alla sua presentazione.
    La vera spina nel fianco di Roberta, tuttavia, era Bottega Veneta, “nata – a suo dire – sulla scia di alcuni capi di pelle intrecciata come i cesti”. Una valigia di modelli che la stilista aveva portato a Firenze, presentandoli con successo alla Sala Bianca.
    LA RELAZIONE CON HARRISON FORD
    Negli Anni ’90 ho avuto il privilegio di curare una retrospettiva alla Galleria Mancini di Pesaro sui 50 anni di creazioni di Roberta: straordinario personaggio della moda. Se fossimo stati a Parigi, sarebbe stato certamente un evento nazionale. Ma in un’Italia dalla memoria corta, fu solo l’iniziativa privata di una sensibile signora. E dire, che la creatrice negli anni d’oro convogliava nella sua Venezia interi jet di compratori internazionali che assistevano alle sue sfilate-spettacolo. Tanto, che la stilista aveva stretto una joint venture con Alitalia.
    All’apice del successo, Roberta organizzò addirittura un festival del cinema, gemello  di quello di Venezia, dove premiò Harrison Ford, col quale aveva una lunga relazione.
    FERRE’ STILISTA DI ROBERTA DI CAMERINO
    Contro la fortuna di Roberta negli Anni ’80 ha certamente giocato l’avvento dello stilismo, di cui fu per certi versi la capostipite. La designer veneziana non riusciva a creare con limiti commerciali: liberandosi di quella sua vocazione al preziosismo. Non a caso, quando decise di affidare la direzione artistica dell’abbigliamento a uno stilista, scelse un giovane Ferrè, ancora indeciso se restare nella maison della dogaressa o tentare – come avrebbe poi fatto – l’avventura della sua griffe con Mattioli.
    Di certo, l’architetto della moda che per qualche stagione tenne il piede in due scarpe, avrebbe ereditato da Roberta quel suo gusto altero, le alte fusciacche di nappa, il rosso rubino, i contrasti del blu-cacao e l’opulenza dei fregi che aveva portato le maniglie dorate di antichi cassettoni barocchi sulle borse RdC. Per non parlare di quel borsellino d’oro da appendere all’esterno delle tracolle, al quale persino Camilla Cederna aveva dedicato un articolo.
    Ce n’è abbastanza per sostenere che il revival del brand avrebbe dovuto avere la targa tricolore, invece di arrivare dall’America col vintage della stilista? Chissà? Se Roberta avesse fatto più pubblicità, forse…
    DA JOAN CRAWFORD E FARRAH
    Ma i tempi erano cambiati da quando Joan Crawford sbarcava a Venezia per scegliere le borse e la splendida Farrah Fawcett trascorreva le sue vacanze a casa della dogaressa. Lo potrebbe testimoniare Antonella Zunino, oggi guru della comunicazione di Dolce&Gabbana, che mosse i primi passi da p.r. a fianco di Roberta, di cui serba un ricordo affettuoso e ammirato.
    E DOPO IL BALLO DI REAGAN?
    Tornata qualche anno fa sulle passerelle di Milano Collezioni per un paio di stagioni, nel 2008 la stilista ha ceduto il suo brand al Gruppo Sixty. Ma il rilancio non è stato all’altezza delle aspettative. Di Roberta, però, sono rimaste in primo piano le straquotate borse storiche su Ebay. In quel web, dove lei per prima, nonostante l’età, aveva deciso di presentare le sue collezioni addirittura su My Space. Quando il social network era un indirizzo ancora sconosciuto alle sue nipoti.
    Non ci resta che sperare nella solita celebrazione postuma. Il presidente Ronald Reagan c’era già arrivato negli Anni ’80, quando onorò la creatrice, invitandola al ballo per il suo insediamento alla Casa Bianca e dedicandole la sua canzone preferita, Smoke in your eyes.
    Il vetriolo

  • Il punto in croce/Moschino: un cerchio d’oro

    L’orecchino più iconico di Moschino è il particolare heritage che fa il generale della collezione. Così, l’anello d’oro è intarsiato nei blouson di pelle, applicato nei profili delle giacche da tailleur, nonché ingigantito per diventare manico rigido di una borsa a sfera. Le belle idee non hanno tempo. Soprattutto, quando si  coniugano al presente con stile.

     Il V.